Fringe Benefit auto aziendali ed optional

Il legislatore interviene sulla disciplina di determinazione del fringe benefit delle autovetture concesse in uso promiscuo ai dipendentiall’interno del Decreto Legislativo 7 agosto 2026 – c.d. “Decreto Omnibus”
Resta confermato il criterio generale che assume quale base imponibile il 50% dell’importo corrispondente ad una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri annui determinata sulla base delle tabelle ACI. Tale percentuale risulta essere ridotta al 10% per i veicoli esclusivamente elettrici e al 20% per gli ibridi plug-in.
La novità principale consiste nel fatto che la tassazione non è più collegata alla nuova immatricolazione del veicolo, ma alla sua anzianità. In particolare, il valore del fringe benefit è incrementato del 50% a decorrere dal 31 dicembre del quinto anno successivo a quello della prima immatricolazione. Ulteriore novità riguarda quegli accessori e allestimenti non valorizzati nelle tabelle ACI e non acquistati direttamente dal lavoratore: il valore del fringe benefit è aumentato del 5%.
Le nuove disposizioni si applicano a decorrere dal periodo d’imposta 2026 e interessano anche i veicoli concessi in uso promiscuo nel 2025 che non rientrano nel regime transitorio.

Come si utilizzano i Buoni Pasto

I buoni pasto sono uno strumento di welfare aziendale che consente ai lavoratori di acquistare pasti e prodotti alimentari presso esercizi convenzionati. Possono essere distribuiti in formato cartaceo oppure elettronico, tramite card, applicazione mobile o altri sistemi digitali.

Ma come si utilizzano concretamente i buoni pasto? Dove si possono spendere? È possibile usarne più di uno per la stessa spesa? In questa guida trovi tutte le informazioni utili per utilizzare i tuoi buoni pasto in modo semplice e corretto.

Dove si possono utilizzare i buoni pasto?

I buoni pasto possono essere utilizzati esclusivamente presso gli esercizi convenzionati con la società che li ha emessi. Tra i punti vendita più comuni rientrano:

  • bar e ristoranti;
  • tavole calde e gastronomie;
  • mense aziendali e interaziendali;
  • supermercati e negozi di alimentari;
  • esercizi di vendita al dettaglio di prodotti alimentari;
  • agriturismi e attività simili, quando convenzionati;
  • negozi online e servizi di food delivery aderenti al circuito.

Prima di effettuare un acquisto è consigliabile verificare che il punto vendita accetti il proprio buono pasto. Per farlo, si può consultare l’app, il sito web o la mappa della società emittente.

Come utilizzare i buoni pasto cartacei

Per utilizzare un buono pasto cartaceo è sufficiente consegnarlo alla cassa al momento del pagamento. L’esercente verifica la validità del buono e lo ritira secondo le proprie procedure.

Come utilizzare i buoni pasto elettronici

I buoni pasto elettronici vengono accreditati su una card, un’applicazione o un portafoglio digitale. Per pagare, è necessario utilizzare il metodo previsto dalla società emittente, ad esempio:

  1. comunicare alla cassa di voler pagare con buoni pasto;
  2. presentare la card oppure aprire l’app;
  3. selezionare il numero di buoni da utilizzare;
  4. autorizzare il pagamento tramite POS, codice, QR code o sistema contactless;
  5. verificare l’esito della transazione e il saldo residuo.

Le modalità possono variare in base all’emittente e al punto vendita. Alcune applicazioni permettono anche di pagare direttamente dallo smartphone, controllare il saldo, visualizzare lo storico delle operazioni e trovare gli esercizi convenzionati.

Si possono usare più buoni pasto insieme?

Sì, i buoni pasto possono essere utilizzati cumulativamente per una singola spesa, fino a un massimo di 8 buoni. Ad esempio, puoi utilizzare più ticket per effettuare una spesa alimentare al supermercato o per pagare un conto particolarmente elevato.

Il limite si riferisce alla singola transazione. In ogni caso, il pagamento deve essere effettuato presso un esercizio convenzionato e deve riguardare alimenti, pasti o prodotti ammessi dal circuito del buono.

È comunque utile verificare le condizioni applicate dalla società emittente e dal singolo esercente, soprattutto per gli acquisti online o tramite servizi di consegna a domicilio.

Cosa si può acquistare con i buoni pasto?

I buoni pasto sono destinati all’acquisto di alimenti e bevande o alla fruizione di un servizio sostitutivo di mensa. In base al circuito e alle regole del punto vendita, possono essere utilizzati per:

  • pasti pronti;
  • prodotti da forno;
  • bevande e alimenti confezionati;
  • frutta e verdura;
  • carne, pesce e altri prodotti freschi;
  • prodotti alimentari acquistati al supermercato;
  • pasti ordinati online presso esercizi convenzionati.

Non possono invece essere utilizzati per acquistare prodotti non alimentari, ricariche telefoniche, elettrodomestici, abbigliamento, carburante o altri beni estranei alla finalità del buono pasto.

I buoni pasto sono nominativi?

Sì. I buoni pasto sono personali e possono essere utilizzati esclusivamente dal lavoratore al quale sono stati assegnati. Non possono essere prestati, ceduti, venduti o convertiti in contanti.

Qual è la differenza tra buoni pasto cartacei ed elettronici?

La differenza principale riguarda il supporto e le modalità di pagamento.

CaratteristicaBuoni pasto cartaceiBuoni pasto elettronici
FormatoTagliandi cartaceiCard, app o portafoglio digitale
UtilizzoConsegna del buono alla cassaPagamento tramite POS, app o QR code
SaldoSi controlla sui buoni disponibiliConsultabile in tempo reale tramite app o portale
GestioneRichiede conservazione e consegna fisicaPiù semplice e tracciabile
RestoNon previstoNon previsto: si utilizza il valore disponibile
Utilizzo onlineGeneralmente non previstoDisponibile presso gli e-commerce convenzionati

Come usare i buoni pasto online?

Alcuni emittenti consentono di usare i buoni pasto anche per gli acquisti online. In questo caso è necessario:

  1. scegliere un ristorante, supermercato o servizio di delivery convenzionato;
  2. aggiungere i prodotti al carrello;
  3. selezionare i buoni pasto tra i metodi di pagamento;
  4. inserire i dati richiesti oppure collegare l’app;
  5. autorizzare la transazione;
  6. pagare l’eventuale differenza con un altro metodo di pagamento.

Non tutti gli esercenti accettano i buoni pasto online e alcuni possono applicare limitazioni sui prodotti acquistabili, sulle spese di consegna o sul numero di buoni utilizzabili. È quindi sempre opportuno controllare le condizioni prima di confermare l’ordine.

Cosa succede se il buono pasto scade?

Un buono pasto deve essere utilizzato entro la data di scadenza indicata. Dopo tale data potrebbe non essere più accettato dall’esercente e, in molti casi, non è possibile ottenere un rimborso o una sostituzione automatica.

Per evitare di perdere i buoni disponibili, controlla periodicamente:

  • la data di scadenza dei buoni cartacei;
  • il saldo dell’account elettronico;
  • le comunicazioni dell’emittente;
  • eventuali regole per il rinnovo o la sostituzione dei ticket non utilizzati.

Conclusioni

Utilizzare i buoni pasto è semplice: basta rivolgersi a un esercizio convenzionato, verificare che accetti il proprio circuito e pagare con il buono cartaceo, la card o l’app dedicata. I ticket possono essere impiegati per pasti, alimenti e spesa alimentare, ma non possono essere convertiti in denaro né utilizzati per prodotti non ammessi.

Per sfruttarli al meglio, ricordati di controllare sempre il saldo, la scadenza e l’elenco degli esercizi convenzionati.

Buoni pasto 2026: tassazione, deducibilità e vantaggi fiscali

I buoni pasto rappresentano uno strumento di Welfare Aziendale vantaggioso sia per le imprese sia per i lavoratori. Possono essere utilizzati dai dipendenti per acquistare alimenti e pasti presso ristoranti, bar, supermercati ed esercizi convenzionati.

Dal punto di vista fiscale, i buoni pasto possono offrire diversi vantaggi: per l’azienda il costo è generalmente deducibile secondo le regole previste dalla normativa, mentre l’IVA può essere detraibile quando sussistono i requisiti richiesti. Per il dipendente, invece, il valore del buono può essere esente da tassazione entro determinati limiti giornalieri.

Per comprendere correttamente questi benefici è importante distinguere tra deducibilità, detraibilità ed esenzione fiscale.

Deducibilità e detraibilità: qual è la differenza?

La deducibilità riguarda il costo sostenuto dall’azienda o dal professionista. Un costo deducibile riduce il reddito imponibile sul quale vengono calcolate le imposte, sempre nel rispetto delle condizioni previste dalla legge.

La detraibilità, invece, riguarda principalmente l’IVA. Quando l’imposta è detraibile, l’impresa può recuperarla nella liquidazione IVA, purché la spesa sia inerente all’attività e correttamente documentata.

L’esenzione fiscale riguarda infine il dipendente: entro le soglie previste, il valore del buono pasto non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non è soggetto a IRPEF e contributi.

Tassazione dei buoni pasto nel 2026

La Legge di Bilancio 2026 ha modificato la soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici, portandola da 8 a 10 euro al giorno. Restano invece invariati i limiti previsti per i buoni pasto cartacei.

Tipologia di buono pastoSoglia giornaliera esente nel 2026Trattamento della parte eccedente
Buono pasto cartaceoFino a 4 euroLa parte eccedente è imponibile
Buono pasto elettronico o digitaleFino a 10 euroLa parte eccedente è imponibile

Buoni pasto cartacei

I buoni pasto cartacei sono esenti da tassazione fino a 4 euro per ogni giornata lavorata.

Se il valore del buono supera questa soglia, soltanto la quota eccedente concorre alla formazione del reddito del dipendente ed è assoggettata alla tassazione e alla contribuzione ordinaria.

Buoni pasto elettronici e digitali

Dal 1° gennaio 2026, i buoni pasto elettronici e digitali sono esenti da tassazione fino a 10 euro al giorno.

L’aumento rispetto al precedente limite di 8 euro riguarda esclusivamente la soglia di esenzione: non obbliga l’azienda ad aumentare il valore nominale dei buoni già riconosciuti ai dipendenti.

Anche in questo caso, se il buono supera i 10 euro, soltanto l’importo eccedente viene considerato reddito da lavoro dipendente.

Indennità sostitutiva di mensa: come viene tassata?

L’indennità sostitutiva di mensa segue un trattamento fiscale diverso da quello previsto per i buoni pasto.

In linea generale, l’indennità costituisce una componente della retribuzione ed è quindi soggetta a tassazione e contribuzione. Non beneficia automaticamente delle stesse soglie di esenzione previste per i buoni pasto elettronici o cartacei.

Per valutare il corretto trattamento fiscale occorre comunque considerare il contratto collettivo applicato, le modalità di erogazione e la situazione concreta del lavoratore.

I buoni pasto sono deducibili per l’azienda?

Per il datore di lavoro, i costi sostenuti per l’acquisto dei buoni pasto sono generalmente deducibili, a condizione che:

  • siano inerenti all’attività aziendale;
  • siano correttamente documentati;
  • siano erogati secondo le modalità previste dalla normativa;
  • siano destinati alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee di lavoratori.

La deducibilità riguarda il costo sostenuto dall’impresa e deve essere gestita secondo il principio di competenza e le regole fiscali applicabili.

Anche l’IVA può essere detraibile, ma il trattamento deve essere verificato in base alla tipologia di buono, alla fattura ricevuta e alla normativa vigente. Per i buoni pasto elettronici, le fonti specialistiche riportano generalmente l’applicazione dell’aliquota IVA del 4% e la possibilità di detrarre l’imposta quando sono rispettati i requisiti previsti.

Buoni pasto per professionisti e titolari di partita IVA

Anche i professionisti e i titolari di partita IVA possono valutare l’utilizzo dei buoni pasto, ma il trattamento fiscale cambia in base al regime adottato.

I contribuenti in regime ordinario possono dedurre i costi secondo i limiti e le condizioni stabilite dalla normativa. Per i professionisti senza dipendenti, la deduzione può essere soggetta a limiti specifici, tra cui il limite percentuale sui compensi previsto dal TUIR.

I contribuenti in regime forfettario, invece, non deducono analiticamente i singoli costi sostenuti, poiché il reddito imponibile viene determinato applicando il coefficiente di redditività previsto per il proprio codice attività.

Prima di contabilizzare la spesa è quindi opportuno verificare:

  • il regime fiscale applicato;
  • la presenza o meno di dipendenti;
  • la natura del buono pasto;
  • la corretta intestazione della fattura;
  • i limiti di deducibilità previsti per la specifica situazione.

Perché convengono a imprese e dipendenti?

I buoni pasto possono offrire vantaggi a entrambe le parti.

Per l’azienda rappresentano uno strumento di welfare flessibile, più semplice da gestire rispetto a una mensa interna e potenzialmente conveniente sotto il profilo fiscale.

Per il dipendente consentono di ricevere un beneficio destinato alle spese alimentari senza tassazione, entro i limiti giornalieri previsti dalla legge.

Nel 2026, la soglia più elevata per i buoni pasto elettronici rende questo formato particolarmente interessante: fino a 10 euro al giorno il valore resta esente da imposizione fiscale e contributiva, mentre per i buoni cartacei il limite rimane fissato a 4 euro.

Conclusioni

I buoni pasto 2026 continuano a essere uno strumento utile per ottimizzare il welfare aziendale e sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori.

In sintesi:

  • i buoni cartacei sono esenti fino a 4 euro al giorno;
  • i buoni elettronici e digitali sono esenti fino a 10 euro al giorno;
  • la quota eccedente le soglie previste è soggetta a tassazione;
  • i costi aziendali possono essere deducibili se rispettano i requisiti fiscali;
  • l’IVA può essere detraibile in presenza delle condizioni previste;
  • l’indennità sostitutiva di mensa segue regole fiscali diverse;
  • per professionisti e titolari di partita IVA è necessario considerare il regime fiscale adottato.

Poiché la disciplina può variare in base alla situazione dell’impresa o del professionista, è consigliabile verificare il corretto trattamento contabile e fiscale con il proprio consulente.

Sì, fino a 10 euro al giorno. L’eventuale importo eccedente concorre alla formazione del reddito del dipendente.

Nel 2026 la soglia resta pari a 4 euro al giorno.

In linea generale sì, se il costo è inerente, documentato e sostenuto nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa.

Generalmente no. L’indennità è normalmente trattata come componente della retribuzione, salvo specifiche disposizioni applicabili al caso concreto.

Può essere possibile per i professionisti in regime ordinario, nei limiti previsti dalla normativa. Nel regime forfettario i costi non vengono dedotti analiticamente.

I buoni regalo migliorano la soddisfazione dei dipendenti e semplificano la gestione dei benefit aziendali.

Sì, se il supermercato o il negozio alimentare è convenzionato con la società emittente. I buoni pasto possono essere utilizzati anche per acquistare prodotti alimentari nella grande distribuzione e nei punti vendita autorizzati.

No. Il buono pasto deve essere utilizzato per il suo valore nominale e, generalmente, non dà diritto a ricevere resto in denaro.

La normativa prevede un limite massimo di 8 buoni cumulabili per singola transazione. Il singolo esercente può inoltre applicare procedure operative specifiche, sempre nel rispetto delle regole del circuito.

No. I buoni pasto non sono monetizzabili, non possono essere ceduti e devono essere utilizzati esclusivamente per le finalità previste.

Detraibilità e deducibilità dei buoni pasto

La soluzione Buoni Pasto rappresenta un vantaggio strategico sia per le grandi imprese che per i professionisti con ditta individuale. I costi sostenuti per l’acquisto di questi strumenti sono qualificati come deducibili ai fini fiscali, mentre l’IVA che la società emittente applica è completamente detraibile, offrendo così significativi risparmi amministrativi.

Ma cosa si cela dietro i termini di detraibilità e deducibilità ? Questi concetti sono spesso fonte di dubbi e incomprensioni anche tra gli esperti. È importante quindi comprendere come e quando si possono applicare, e in che misura, alle diverse realtà aziendali, dalle multinazionali alle microimprese, fino ai liberi professionisti.

E per i dipendenti ? Sono vantaggiosi anche per loro !

Facciamo un breve resoconto di quanto sono tassati buoni pasto e l’indennità sostitutiva di mensa secondo le norme attuali.

L’ultima Legge di Bilancio a intervenire sul tema, infatti, è stata quella del 2026, che ha stabilito le seguenti regole per la tassazione:

  • Buono pasto cartaceo: questo tipo di buoni pasto è esente da tassazione per il dipendente fino a 4 euro per singolo buono.
  • Buono pasto elettronico e digitale: questo tipo di buoni pasto è esente da tassazione per il dipendente fino a 10 Euro (a partire dal 2026, prima era 8 Euro), per singolo buono.
  • Indennità sostitutiva di mensa: l’indennità sostitutiva è, invece, interamente soggetta a tassazione, in quanto viene considerata parte integrante della retribuzione.

In breve, i Buoni Pasto rappresentano uno strumento fiscale che consente di alleggerire la pressione economica sulle aziende e sui dipendenti: i costi sono integralmente deducibili, e l’IVA praticata è interamente recuperabile ovvero detraibile. La loro attenzione crescente nel mondo del lavoro testimonia quanto siano una risorsa intelligente e conveniente per tutti i soggetti coinvolti.

Welfare aziendale nei CCNL: quadro aggiornato e prospettive future

Negli ultimi anni il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più centrale nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), evolvendosi da un semplice strumento volontario a una vera e propria obbligazione contrattuale. In molti comparti produttivi e settori di servizi, i CCNL prevedono che le imprese debbano mettere a disposizione dei lavoratori beni e servizi di welfare per migliorare il loro benessere e sostenere il potere d’acquisto attraverso soluzioni come fringe benefit e flexible benefit.

Cos’è il welfare contrattuale e perché è obbligatorio

Il welfare contrattuale si distingue dal welfare aziendale volontario perché nasce direttamente dal contratto collettivo applicato in azienda. In pratica, i CCNL fissano importi minimi annuali che le aziende sono obbligate a erogare ai dipendenti con modalità e tempistiche precise. Questi benefit possono includere buoni acquisto, servizi per la famiglia, assistenza sanitaria, contributi a fondi pensione complementari e altri strumenti di welfare. Non rispettare tali prescrizioni espone l’azienda a possibili sanzioni e contenziosi sindacali.

CCNL che prevedono welfare obbligatorio

Diversi CCNL in Italia già includono questa previsione. Tra i più rilevanti troviamo:

  • Metalmeccanici: obbligo di erogare 200 euro annui in strumenti di welfare a favore di ogni lavoratore, erogabili entro il 1° giugno di ogni anno e spendibili entro il 31 maggio dell’anno successivo.
  • Terziario e commercio: i contratti spesso collegano l’erogazione del welfare a fondi bilaterali come FondoEst, con obblighi specifici per le aziende.
  • Sanità pubblica e servizi sociosanitari: prevede strumenti di welfare che possono arrivare anche a 250 euro annuali.
  • Tessile e moda: prevede clausole simili a quelle metalmeccaniche, con erogazioni da effettuarsi entro fine anno.
  • Orafi, argentieri e gioiellieri: obblighi di welfare pari a 200 euro annui da erogare entro giugno.
  • Altri settori: logistica, trasporti, chimico-farmaceutico, servizi educativi e molti altri, con importi variabili.

Questi obblighi si consolidano nel corso degli ultimi rinnovi contrattuali e, con la prospettiva dei rinnovi 2025-2027, si prevede un ulteriore rafforzamento del welfare contrattuale con possibili aumenti degli importi e ampliamenti delle categorie coinvolte.

Vantaggi e impatti del welfare contrattuale

L’obbligo di welfare aziendale, oltre ad essere un adempimento normativo, rappresenta una leva strategica di gestione delle risorse umane. Grazie alla presenza di servizi e benefit dedicati, le aziende migliorano il clima lavorativo, aumentano la soddisfazione e la motivazione dei dipendenti, e rafforzano la capacità di attrarre e trattenere talenti. Inoltre, questi strumenti favoriscono vantaggi fiscali e contributivi sia per le aziende che per i lavoratori, incentivando un utilizzo sempre più diffuso.

Novità sulla gestione e tempistiche

Le aziende devono rispettare procedure precise per l’erogazione del welfare previsto dai CCNL, che includono scadenze rigorose per l’assegnazione e l’utilizzo dei benefit. Nel caso del CCNL Metalmeccanici, ad esempio, l’importo di 200 euro deve essere assegnato entro il 1° giugno e speso entro il 31 maggio dell’anno successivo. Altri contratti hanno deadline diverse, ad esempio entro dicembre per il CCNL Tessile. Queste tempistiche sono fondamentali per mantenere la conformità contrattuale e godere delle agevolazioni fiscali correlate.

Prospettive future e ruolo crescente del welfare

Con l’evoluzione della contrattazione collettiva, il welfare aziendale appare destinato a crescere ulteriormente come componente fondamentale nel rapporto lavorativo. Gli accordi in fase di trattativa puntano a rendere sempre più personalizzabili e ampi i servizi di welfare, includendo innovazioni legate al benessere psicofisico, alla conciliazione vita-lavoro e alla formazione.

Fringe Benefit

Fringe benefit 2026: cosa sono, vantaggi e tassazione

I fringe benefit sono beni, servizi e utilità che il datore di lavoro mette a disposizione dei dipendenti in aggiunta alla retribuzione ordinaria. In italiano vengono spesso definiti “benefit aziendali” o “benefici accessori”.

A differenza dello stipendio, i fringe benefit non consistono necessariamente in una somma di denaro. Possono comprendere; l’uso privato dell’auto aziendale, smartphone, laptop, buoni acquisto, rimborsi per alcune spese familiari.

I fringe benefit rappresentano una delle principali forme di welfare aziendale e possono offrire vantaggi sia ai lavoratori sia alle imprese. Entro determinati limiti il loro valore non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente.

Cosa sono i fringe benefit

I fringe benefit sono compensi in natura riconosciuti dal datore di lavoro al dipendente in aggiunta allo stipendio. Possono essere assegnati a tutti i lavoratori, a determinate categorie omogenee oppure, in alcuni casi, anche a singoli dipendenti.

Tra gli esempi più comuni troviamo:

  • buoni acquisto e gift card
  • buoni carburante
  • auto aziendale concessa per uso personale o promiscuo
  • smartphone, computer e altri dispositivi elettronici
  • polizze assicurative e coperture sanitarie
  • rimborsi o pagamenti relativi alle utenze domestiche
  • rimborsi per l’affitto dell’abitazione principale
  • rimborso degli interessi sul mutuo relativo all’abitazione principale

Il valore dei fringe benefit può essere indicato nel cedolino paga e deve essere considerato nel calcolo del reddito imponibile quando supera le soglie previste dalla normativa.

Vantaggi dei fringe benefit

I fringe benefit offrono vantaggi sia ai dipendenti che ai datori di lavoro:

  • Per i dipendenti: migliorano il benessere e la soddisfazione lavorativa
  • Per le aziende: possono portare vantaggi fiscali e aiutare ad attrarre e mantenere talenti

Soglie di esenzione dei fringe benefit nel 2026

Nel 2026 sono confermate le soglie di esenzione previste per il triennio 2025-2027

Tipologia di lavoratoreSoglia annua di esenzione
Dipendenti senza figli fiscalmente a carico1.000 euro
Dipendenti con figli fiscalmente a carico2.000 euro

La soglia maggiorata di 2.000 euro spetta ai lavoratori con figli fiscalmente a carico, compresi i figli adottivi, affidati o riconosciuti. Per usufruirne, il dipendente deve generalmente comunicare al datore di lavoro i dati necessari, incluso il codice fiscale dei figli.

Questi limiti consentono ai datori di lavoro di offrire beni e servizi senza che questi contribuiscano al reddito imponibile dei dipendenti, rendendo i fringe benefit un’opzione vantaggiosa per entrambe le parti.

I fringe benefit offrono vantaggi fiscali ai datori di lavoro, poiché i costi sostenuti per questi benefit possono essere dedotti dal reddito d’impresa. Inoltre, i datori di lavoro possono beneficiare di esenzioni fiscali se i fringe benefit rientrano nei limiti stabiliti dalla legge.

I fringe benefit offrono vantaggi non monetari che possono aumentare la soddisfazione dei dipendenti senza incidere direttamente sul costo del lavoro come un aumento salariale. A differenza dei salari tradizionali, i fringe benefit possono anche avere vantaggi fiscali sia per i dipendenti che per le aziende.

I fringe benefit sono regolati dalla normativa italiana, in particolare dall’articolo 51 del TUIR, che stabilisce che non concorrono a formare il reddito da lavoro dipendente.

Conclusioni

I fringe benefit 2026 sono uno strumento di welfare aziendale che consente alle imprese di offrire ai dipendenti beni, servizi e rimborsi aggiuntivi rispetto allo stipendio.

Le soglie di esenzione sono pari a 1.000 euro per i lavoratori senza figli fiscalmente a carico e a 2.000 euro per quelli con figli a carico. Entro questi limiti, i benefit possono non concorrere alla formazione del reddito da lavoro dipendente, purché siano rispettate tutte le condizioni previste dalla normativa.

Per gestire correttamente i fringe benefit è importante monitorare il valore complessivo dei benefit, raccogliere la documentazione necessaria e distinguere questa categoria dagli altri strumenti di welfare aziendale, come i buoni pasto e le polizze sanitarie.

I fringe benefit possono essere riportati nel cedolino paga con l’indicazione del relativo valore convenzionale o imponibile.

Quando il benefit rientra nella soglia di esenzione prevista dalla legge, il suo valore non concorre alla formazione del reddito imponibile, secondo le condizioni stabilite dalla normativa.

Quando invece la soglia viene superata, il valore del benefit può incidere sull’imponibile fiscale e contributivo del dipendente. Il trattamento deve quindi essere gestito correttamente dal datore di lavoro o dal consulente del lavoro.

Il superamento della soglia deve essere valutato con attenzione. Se il valore complessivo dei fringe benefit supera il limite applicabile, l’intero importo può concorrere alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non soltanto la parte eccedente.

Per esempio:

  • un dipendente senza figli riceve benefit per 900 euro: l’importo resta entro la soglia di esenzione;
  • lo stesso dipendente riceve benefit per 1.100 euro: l’intero valore può diventare imponibile;
  • un dipendente con figli fiscalmente a carico riceve benefit per 1.800 euro: l’importo resta entro il limite di 2.000 euro;
  • se riceve benefit per 2.100 euro, l’intero valore può essere assoggettato a tassazione.

Per questo motivo, l’azienda deve monitorare il valore complessivo dei benefit assegnati durante l’anno.

La disciplina generale dei fringe benefit è contenuta nell’articolo 51 del TUIR, che stabilisce le regole per la determinazione del reddito da lavoro dipendente.

Per il periodo d’imposta 2026, la Legge di Bilancio 2025 ha previsto, in deroga alla soglia ordinaria, un limite di esenzione pari a:

  • 1.000 euro per la generalità dei lavoratori dipendenti;
  • 2.000 euro per i lavoratori con figli fiscalmente a carico.

La disciplina riguarda il triennio 2025-2027 e comprende, oltre a beni e servizi, anche alcune somme erogate o rimborsate per utenze domestiche, affitto dell’abitazione principale e interessi sul mutuo della prima casa.

I fringe benefits sono vantaggi non monetari forniti ai dipendenti, come buoni pasto, auto aziendali, e contributi per attività sportive.

I fringe benefit sono regolati dalla normativa italiana, in particolare dall’articolo 51 del TUIR, che stabilisce che non concorrono a formare il reddito da lavoro dipendente fino a un valore di 1.000 euro per i lavoratori senza figli a carico e 2.000 euro per quelli con figli a carico. Questi benefit possono includere beni e servizi come buoni pasto, auto aziendali e rimborsi per spese domestiche, offrendo vantaggi fiscali sia per i dipendenti che per le aziende.

I fringe benefit (o benefici accessori) sono compensi in natura che il datore di lavoro dà ai dipendenti in aggiunta alla retribuzione, riportati in busta paga. Fanno parte del welfare aziendale e includono esempi come auto aziendale, buoni pasto e polizze assicurative.

I fringe benefit possono assumere diverse forme, tra cui:

  • Auto aziendale: utilizzata sia per scopi lavorativi che personali.
  • Buoni pasto: contribuiscono alle spese per il pranzo e sono esenti da tassazione fino a un certo importo.
  • Polizze assicurative: coperture assicurative per la vita o la salute.
  • Buoni carburante: per il rifornimento di veicoli.
  • Dispositivi elettronici: come computer e smartphone.

I fringe benefit offrono vantaggi sia ai dipendenti che ai datori di lavoro:

  • Per i dipendenti: migliorano il benessere e la soddisfazione lavorativa.
  • Per le aziende: possono portare vantaggi fiscali e aiutare ad attrarre e mantenere talenti.

Nel 2026, le soglie di esenzione fiscale per i fringe benefit sono:

Categoria di lavoratoriLimite di esenzione
Senza figli a carico1.000 euro
Con figli a carico2.000 euro

Questi limiti consentono ai datori di lavoro di offrire beni e servizi senza che questi contribuiscano al reddito imponibile dei dipendenti, rendendo i fringe benefit un’opzione vantaggiosa per entrambe le parti.

I fringe benefit offrono vantaggi fiscali ai datori di lavoro, poiché i costi sostenuti per questi benefit possono essere dedotti dal reddito d’impresa. Inoltre, i datori di lavoro possono beneficiare di esenzioni fiscali se i fringe benefit rientrano nei limiti stabiliti dalla legge.

I fringe benefit offrono vantaggi non monetari che possono aumentare la soddisfazione dei dipendenti senza incidere direttamente sul costo del lavoro come un aumento salariale. A differenza dei salari tradizionali, i fringe benefit possono anche avere vantaggi fiscali sia per i dipendenti che per le aziende.

I fringe benefit offrono vantaggi fiscali ai datori di lavoro, poiché i costi sostenuti per questi benefit possono essere dedotti dal reddito d’impresa. Inoltre, i datori di lavoro possono beneficiare di esenzioni fiscali se i fringe benefit rientrano nei limiti stabiliti dalla legge.

Flexible Benefit

Flexible Benefit: cosa sono, come funzionano e quali vantaggi offrono

I Flexible Benefit sono beni, servizi e prestazioni di welfare che un’azienda mette a disposizione dei dipendenti attraverso un’offerta tra cui ciascuno può scegliere in base alle proprie esigenze. Possono aiutare a sostenere la vita familiare, la salute, la formazione e la mobilità, offrendo un’alternativa o un’integrazione ai benefit scelti direttamente dall’azienda per tutti.

Non sono però una categoria fiscale autonoma con un’unica soglia valida per ogni voce: il trattamento dipende dal tipo di prestazione e dalle condizioni previste dalla normativa. Per questo è importante progettare e gestire il piano con attenzione.

Cosa sono i Flexible Benefit?

Con l’espressione Flexible Benefit si indica comunemente un insieme di beni e servizi di welfare aziendale che il dipendente può selezionare entro un’offerta definita dall’azienda. Spesso ogni lavoratore dispone di un budget o di un credito welfare, utilizzabile per acquistare o richiedere le prestazioni disponibili nel piano.

Il termine descrive quindi soprattutto una modalità di scelta e fruizione: non significa che qualunque bene o servizio scelto dal dipendente sia automaticamente esente da imposte. Le prestazioni devono rientrare nelle tipologie ammesse e rispettare i requisiti previsti per ciascuna di esse.

Quali servizi possono comprendere?

Il catalogo dipende dal piano aziendale e dalle regole applicabili. Tra le aree che possono essere incluse, quando ricorrono i requisiti previsti, ci sono:

  • Istruzione e assistenza ai figli, come servizi per l’infanzia, spese scolastiche, attività educative e borse di studio.
  • Assistenza ai familiari, per esempio servizi dedicati a familiari anziani o non autosufficienti.
  • Previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa, nel rispetto delle rispettive condizioni e dei limiti specifici.
  • Mobilità, come servizi di trasporto collettivo o abbonamenti al trasporto pubblico.
  • Attività culturali, ricreative e sportive, se rientrano nelle fattispecie ammesse e sono organizzate secondo le regole previste.
  • Altri servizi di welfare collegati al benessere del dipendente e della sua famiglia.

Come funziona un piano di Flexible Benefit?

In genere, il funzionamento prevede questi passaggi:

  1. L’azienda definisce il piano, stabilendo destinatari, budget, durata e servizi disponibili.
  2. Il dipendente consulta il catalogo e sceglie le prestazioni più adatte alle proprie necessità.
  3. Il credito viene utilizzato attraverso la piattaforma welfare o le modalità indicate dall’azienda.
  4. L’azienda verifica e rendiconta le richieste, conservando la documentazione necessaria per la corretta gestione amministrativa e fiscale.

Il credito welfare, di norma, non è denaro liberamente prelevabile: può essere usato per le prestazioni previste dal piano e secondo le modalità stabilite. La possibilità di conversione in denaro dipende dalla specifica fattispecie normativa e dagli accordi applicabili.

A chi possono essere riconosciuti?

I Flexible Benefit possono essere rivolti alla generalità dei dipendenti oppure a categorie omogenee individuate con criteri oggettivi e coerenti con l’organizzazione aziendale. La definizione dei destinatari non dovrebbe basarsi su scelte arbitrarie o su valutazioni individuali di merito; è quindi importante che i criteri siano chiari e documentati.

Il piano può derivare da un regolamento aziendale, da un accordo collettivo o da altre forme istitutive. La scelta della fonte e la formulazione delle regole incidono sulla gestione del piano e possono avere conseguenze anche sul trattamento fiscale dei costi per l’azienda.

Qual è il trattamento fiscale?

Non esiste una sola regola fiscale valida per tutti i Flexible Benefit. Il trattamento dipende dalla natura della prestazione, dalla disposizione applicabile e dalle modalità con cui il benefit viene riconosciuto e fruito. Per alcune prestazioni possono valere condizioni specifiche o limiti dedicati; altre richiedono requisiti relativi ai destinatari o alla finalità del servizio.

La disciplina di riferimento comprende l’articolo 51 del TUIR, che stabilisce le regole per la determinazione del reddito da lavoro dipendente e individua specifiche prestazioni che, quando sono rispettate le condizioni previste, possono non concorrere alla sua formazione. Perciò, prima di inserire un servizio nel piano, è opportuno verificare la norma applicabile e la documentazione richiesta.

Anche la conversione di un premio di risultato in welfare richiede condizioni precise: non è sufficiente offrire al dipendente la possibilità di scegliere tra denaro e servizi. Devono essere rispettati i requisiti previsti per la specifica agevolazione e quanto stabilito dalla contrattazione applicabile.

Quali vantaggi offrono ai dipendenti?

Un piano ben progettato può dare ai lavoratori una maggiore possibilità di scelta rispetto a un benefit uguale per tutti. Una persona con figli potrebbe preferire servizi educativi, mentre un’altra potrebbe dare priorità alla mobilità, alla previdenza o all’assistenza familiare.

I Flexible Benefit possono quindi:

  • aiutare a sostenere spese e necessità diverse nelle varie fasi della vita
  • rendere più personalizzata l’offerta di welfare
  • migliorare la percezione del supporto ricevuto dall’azienda
  • affiancare strumenti come buoni pasto, assicurazioni e misure di conciliazione vita-lavoro

L’effettivo vantaggio dipende però dall’utilità concreta dei servizi disponibili e dalla facilità con cui il credito può essere utilizzato.

Quali vantaggi offrono all’azienda?

Per l’azienda, un piano di Flexible Benefit può essere uno strumento per organizzare in modo strutturato le iniziative di welfare e offrire un catalogo adattabile alle esigenze dei dipendenti. Può inoltre contribuire alla soddisfazione e alla fidelizzazione del personale.

Per ottenere questi risultati, non basta attivare una piattaforma: occorre stabilire regole chiare, scegliere servizi effettivamente utili e comunicare ai dipendenti come accedere al piano. La valutazione economica e fiscale va fatta considerando la specifica prestazione e la fonte che istituisce il welfare, senza presumere che tutti i costi abbiano lo stesso trattamento.

Come progettare un piano efficace

Un piano funzionale parte dalle esigenze reali delle persone e dalla corretta gestione delle regole. Può essere utile:

  • raccogliere le preferenze dei dipendenti con un’indagine interna
  • costruire un catalogo semplice da consultare, con descrizioni chiare
  • definire criteri trasparenti per l’accesso e l’assegnazione del budget
  • verificare la disciplina fiscale di ogni servizio prima di inserirlo
  • spiegare scadenze, modalità di utilizzo e documenti richiesti
  • monitorare l’uso del credito e raccogliere feedback per aggiornare l’offerta

Conclusioni

I Flexible Benefit permettono ai dipendenti di orientare una parte del welfare aziendale verso servizi più vicini alle proprie necessità. Per l’azienda, rappresentano un modo per rendere l’offerta più articolata e personalizzabile.

Il valore del piano dipende da tre elementi: servizi utili, regole comprensibili e corretta gestione fiscale. Poiché requisiti e trattamento possono variare in base alla prestazione e alla normativa vigente, è consigliabile verificare il piano con il consulente del lavoro o il professionista fiscale prima della pubblicazione e dell’attivazione.

Welfare aziendale : registrazioni contabili

Il welfare aziendale si configura come un insieme articolato di iniziative e servizi messi a disposizione dall’azienda per accrescere il benessere e la qualità della vita dei propri dipendenti. Tra le principali misure rientrano l’assistenza sanitaria, le assicurazioni, i servizi per l’infanzia, il supporto psicologico, la formazione professionale e molte altre soluzioni. Ma come si gestiscono questi interventi dal punto di vista contabile? È essenziale che l’impresa tenga una puntuale registrazione di tutte le spese sostenute per il welfare, così da poter monitorare l’efficacia delle strategie adottate. Tali costi possono essere contabilizzati come spese per il personale oppure come voci specifiche dedicate al welfare, a seconda della natura delle prestazioni offerte. Un’attenzione particolare va poi riservata al rispetto delle normative fiscali e contabili vigenti, per evitare possibili irregolarità o sanzioni. Una gestione contabile accurata del welfare aziendale non solo favorisce una maggiore trasparenza nell’uso delle risorse, ma contribuisce anche a creare un ambiente di lavoro più soddisfacente per tutti i collaboratori.

Identificazione e registrazione delle spese di welfare

Il primo passo consiste nell’individuare con precisione tutte le spese riconducibili al welfare aziendale: dall’assistenza sanitaria ai programmi di benessere, dai contributi ai fondi pensione fino ai percorsi di formazione e sviluppo. È fondamentale separare queste voci dalle altre spese aziendali per garantire una corretta rilevazione contabile. Una volta identificate, le spese devono essere registrate nei conti appropriati, utilizzando eventualmente conti dedicati al welfare. Ad esempio, le spese per la sanità integrativa possono essere allocate in un conto specifico per le spese mediche. Oltre alle spese, è importante anche rilevare le eventuali passività, come quelle legate ai piani pensionistici aziendali, attraverso conti appositi o esistenti, come quello delle passività pensionistiche1.

Aspetti fiscali e gestione dei buoni pasto

La contabilizzazione del welfare, in particolare per i buoni pasto, richiede attenzione sia nel bilancio aziendale sia nella busta paga dei dipendenti. I buoni pasto, fino a una certa soglia, sono esenti da tassazione e contribuzione: nella busta paga devono essere distinte la quota esente e quella imponibile, così da garantire una gestione precisa e trasparente dei benefici erogati1.

Tassazione e vantaggi fiscali

Per quanto riguarda la tassazione, i premi di risultato convertiti in welfare aziendale sono generalmente esenti sia dai contributi Inps sia dall’Irpef, mentre se erogati in denaro sono soggetti a imposta sostitutiva e contribuzione. Questa caratteristica permette alle aziende di offrire vantaggi ai dipendenti ottimizzando la pressione fiscale1.

Impatto sul bilancio e strategie di gestione

L’adozione di programmi di welfare ha un impatto significativo sul bilancio aziendale. Una gestione efficace richiede una valutazione attenta dei costi, una pianificazione finanziaria a lungo termine, una corretta allocazione delle risorse e un monitoraggio costante dei risultati. Considerare anche gli incentivi fiscali disponibili può contribuire a ridurre il costo complessivo delle iniziative di welfare, massimizzando i benefici per i dipendenti senza compromettere la solidità finanziaria dell’impresa1.

Gestione trasparente e rendicontazione

Una contabilizzazione trasparente delle spese di welfare rafforza la fiducia dei dipendenti e degli stakeholder, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più inclusivo e sostenibile. L’inserimento di voci specifiche nel piano dei conti, come “Spese per Welfare Aziendale”, consente di monitorare l’efficacia degli investimenti e di adattare le strategie alle esigenze dell’azienda e dei suoi collaboratori1.

Buoni Regalo – Come sfruttarli al meglio

Per sfruttare al meglio i buoni regalo, è fondamentale scegliere quelli più adatti alle tue esigenze e al tuo budget. Puoi utilizzarli per fare la spesa, per acquistare prodotti online, per rifornire la tua auto, o per fare shopping nei negozi convenzionati. 

Ecco alcuni consigli specifici:

1. Scegli il buono giusto:

  • Buoni generici:Possono essere utilizzati in una vasta gamma di negozi e servizi, sia fisici che online. 
  • Buoni specifici:Si possono utilizzare solo in un determinato negozio o brand, quindi sono ottimi se hai un’idea precisa di cosa vuoi comprare. 
  • Buoni per il carburante:Ideali per chi si muove molto in auto, consentono di risparmiare sul rifornimento. 
  • Buoni per la spesa:Perfetti per fare la spesa settimanale senza spendere di tasca propria. 

2. Approfitta dei vantaggi:

  • Scegli i negozi convenzionati:Verifica quali negozi e servizi accettano il tuo buono, per avere una panoramica completa delle opzioni disponibili. 
  • Utilizza l’app mobile (se disponibile):Alcuni buoni, come quelli Edenred, possono essere gestiti attraverso un’app che ti permette di vedere i negozi più vicini, controllare il saldo e gestire le transizioni. 
  • Consulta le offerte speciali:Spesso, i negozi che accettano i buoni regalo offrono promozioni o sconti aggiuntivi per chi li utilizza. 

3. Pensa a come usarli:

  • Spesa quotidiana:I buoni per la spesa possono essere un ottimo modo per risparmiare sui prodotti alimentari e per la cura della casa. 
  • Shopping online:Puoi utilizzare i buoni per acquistare prodotti online, scegliendo tra una vasta gamma di negozi e brand. 
  • Rifornimento carburante:Se utilizzi spesso la macchina, i buoni per il carburante possono farti risparmiare parecchio. 
  • Regalo di Natale o compleanno:I buoni regalo sono una soluzione versatile e apprezzata, che permette al destinatario di scegliere autonomamente cosa acquistare. 
  • Fidelizzazione dei dipendenti:Le aziende possono utilizzare i buoni regalo come benefit per i dipendenti, incentivando il benessere e il coinvolgimento. 

4. Considera i vantaggi fiscali:

  • I buoni regalo, come fringe benefit, possono essere esenti da IRPEF e contributi previdenziali per i lavoratori, entro determinati limiti.
  • Per le aziende, i buoni regalo sono deducibili dal reddito imponibile. 

In sintesi, sfruttare al meglio i buoni regalo significa scegliere quelli giusti, utilizzare le app disponibili, approfittare delle offerte speciali e considerare i vantaggi fiscali che possono comportare. 

Buoni Pasto – Smartworking

Buoni Pasto in Smart Working: Diritti, Normativa e Tassazione 2025

L’evoluzione dei buoni pasto in Italia

Introdotti negli anni ’70, i buoni pasto hanno assunto un ruolo strategico nel welfare aziendale, contribuendo al miglioramento delle abitudini alimentari, al sostegno del reddito dei lavoratori e allo sviluppo del settore della ristorazione. La loro diffusione ha permesso anche una gestione più flessibile ed economica della pausa pranzo per aziende pubbliche e private.

Con la crescente adozione dello smart working – accelerata dalla pandemia – è emerso il dibattito sul diritto ai buoni pasto per i lavoratori da remoto. Questo beneficio, infatti, rappresenta in media un valore equivalente a una mensilità aggiuntiva e, con l’aumento dei costi domestici legati al lavoro agile (energia, strumenti informatici, connettività), diventa sempre più rilevante garantire equità di trattamento tra lavoro in presenza e lavoro a distanza.

Buoni pasto e lavoro agile: cosa dice la normativa

Il riferimento normativo principale è l’articolo 4 del D.lgs. 122/2017, che equipara i buoni pasto al servizio sostitutivo di mensa. I buoni sono destinati a lavoratori subordinati, autonomi e collaboratori con contratti a progetto o occasionali. Il loro utilizzo è personale, non cedibile né convertibile in denaro, e può avvenire fino a un massimo di otto ticket per volta.

Nel contesto del lavoro agile, il D.lgs. 81/2017 sancisce la parità di trattamento retributivo e normativo rispetto ai colleghi in sede. Tuttavia, l’erogazione dei buoni pasto non è automatica: essa diventa obbligatoria solo se prevista dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) come parte integrante della retribuzione.

Un importante passo avanti è stato il Protocollo nazionale sul lavoro agile nel settore privato (7 dicembre 2021), che riconosce esplicitamente il diritto a ricevere i medesimi benefit, inclusi i buoni pasto, indipendentemente dal luogo di lavoro.

Contraddizioni normative sui buoni pasto in smart working: il nodo interpretativo

Il tema dei buoni pasto per chi lavora in smart working continua a generare incertezze, soprattutto a causa delle discrepanze tra normativa e interpretazioni giurisprudenziali. Da un lato, il D.lgs. 81/2017, che disciplina il lavoro agile, stabilisce il principio di parità tra lavoro in presenza e lavoro da remoto, riconoscendo pari diritti e trattamento ai dipendenti, indipendentemente dal luogo di svolgimento dell’attività lavorativa.

Dall’altro lato, il fatto che i buoni pasto non concorrano alla formazione del reddito da lavoro dipendente – come chiarito dall’Agenzia delle Entrate – ha aperto il campo a interpretazioni divergenti. In particolare, si discute se tale benefit, in quanto non retributivo ma legato all’organizzazione del lavoro, debba essere garantito anche in modalità agile.

Queste ambiguità normative sono emerse con forza durante i lockdown imposti dall’emergenza sanitaria, periodo in cui lo smart working è stato applicato in modo generalizzato anche nella Pubblica Amministrazione, facendo emergere dubbi sulla legittimità della mancata erogazione dei buoni pasto in contesti di lavoro agile obbligatorio.

I nodi normativi e giurisprudenziali: il caso del Tribunale di Venezia

Nonostante le previsioni normative, il diritto ai buoni pasto in smart working ha sollevato controversie giuridiche. Un caso emblematico è quello del Tribunale di Venezia, che ha respinto il ricorso della Funzione Pubblica CGIL contro il Comune di Venezia per la mancata erogazione dei buoni pasto durante il lockdown.

Secondo la sentenza:

  • Il lavoro agile imposto durante l’emergenza sanitaria non rientrava in una decisione discrezionale, dunque non richiedeva contrattazione sindacale.
  • I CCNL prevedono che il diritto al buono scatti solo in presenza di orari rigidi e pausa pranzo definita.
  • Il buono pasto non è parte della retribuzione ma un’agevolazione legata all’organizzazione dell’orario.

Questa interpretazione distingue chiaramente tra smart working (più flessibile e autodeterminato) e telelavoro (fisso e con orari prefissati), riconoscendo solo a quest’ultimo la maturazione automatica del diritto ai buoni pasto.

Situazione attuale e prospettive

Nel settore privato, l’erogazione dei buoni pasto in smart working dipende dagli accordi individuali firmati tra datore di lavoro e dipendente. Questi accordi devono essere comunicati telematicamente al Ministero del Lavoro e includere esplicitamente le condizioni di accesso al welfare aziendale.

Nel settore pubblico, la situazione è più articolata. L’erogazione dei buoni pasto è subordinata alla pianificazione dell’orario di lavoro e alla distinzione tra smart working e telelavoro. Le Pubbliche Amministrazioni stanno adottando i Piani Integrati di Attività e Organizzazione (PIAO), che includono la gestione del lavoro agile e le relative politiche di welfare.