Fringe Benefit auto aziendali ed optional

Il legislatore interviene sulla disciplina di determinazione del fringe benefit delle autovetture concesse in uso promiscuo ai dipendentiall’interno del Decreto Legislativo 7 agosto 2026 – c.d. “Decreto Omnibus”
Resta confermato il criterio generale che assume quale base imponibile il 50% dell’importo corrispondente ad una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri annui determinata sulla base delle tabelle ACI. Tale percentuale risulta essere ridotta al 10% per i veicoli esclusivamente elettrici e al 20% per gli ibridi plug-in.
La novità principale consiste nel fatto che la tassazione non è più collegata alla nuova immatricolazione del veicolo, ma alla sua anzianità. In particolare, il valore del fringe benefit è incrementato del 50% a decorrere dal 31 dicembre del quinto anno successivo a quello della prima immatricolazione. Ulteriore novità riguarda quegli accessori e allestimenti non valorizzati nelle tabelle ACI e non acquistati direttamente dal lavoratore: il valore del fringe benefit è aumentato del 5%.
Le nuove disposizioni si applicano a decorrere dal periodo d’imposta 2026 e interessano anche i veicoli concessi in uso promiscuo nel 2025 che non rientrano nel regime transitorio.

Buoni pasto 2026: tassazione, deducibilità e vantaggi fiscali

I buoni pasto rappresentano uno strumento di Welfare Aziendale vantaggioso sia per le imprese sia per i lavoratori. Possono essere utilizzati dai dipendenti per acquistare alimenti e pasti presso ristoranti, bar, supermercati ed esercizi convenzionati.

Dal punto di vista fiscale, i buoni pasto possono offrire diversi vantaggi: per l’azienda il costo è generalmente deducibile secondo le regole previste dalla normativa, mentre l’IVA può essere detraibile quando sussistono i requisiti richiesti. Per il dipendente, invece, il valore del buono può essere esente da tassazione entro determinati limiti giornalieri.

Per comprendere correttamente questi benefici è importante distinguere tra deducibilità, detraibilità ed esenzione fiscale.

Deducibilità e detraibilità: qual è la differenza?

La deducibilità riguarda il costo sostenuto dall’azienda o dal professionista. Un costo deducibile riduce il reddito imponibile sul quale vengono calcolate le imposte, sempre nel rispetto delle condizioni previste dalla legge.

La detraibilità, invece, riguarda principalmente l’IVA. Quando l’imposta è detraibile, l’impresa può recuperarla nella liquidazione IVA, purché la spesa sia inerente all’attività e correttamente documentata.

L’esenzione fiscale riguarda infine il dipendente: entro le soglie previste, il valore del buono pasto non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non è soggetto a IRPEF e contributi.

Tassazione dei buoni pasto nel 2026

La Legge di Bilancio 2026 ha modificato la soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici, portandola da 8 a 10 euro al giorno. Restano invece invariati i limiti previsti per i buoni pasto cartacei.

Tipologia di buono pastoSoglia giornaliera esente nel 2026Trattamento della parte eccedente
Buono pasto cartaceoFino a 4 euroLa parte eccedente è imponibile
Buono pasto elettronico o digitaleFino a 10 euroLa parte eccedente è imponibile

Buoni pasto cartacei

I buoni pasto cartacei sono esenti da tassazione fino a 4 euro per ogni giornata lavorata.

Se il valore del buono supera questa soglia, soltanto la quota eccedente concorre alla formazione del reddito del dipendente ed è assoggettata alla tassazione e alla contribuzione ordinaria.

Buoni pasto elettronici e digitali

Dal 1° gennaio 2026, i buoni pasto elettronici e digitali sono esenti da tassazione fino a 10 euro al giorno.

L’aumento rispetto al precedente limite di 8 euro riguarda esclusivamente la soglia di esenzione: non obbliga l’azienda ad aumentare il valore nominale dei buoni già riconosciuti ai dipendenti.

Anche in questo caso, se il buono supera i 10 euro, soltanto l’importo eccedente viene considerato reddito da lavoro dipendente.

Indennità sostitutiva di mensa: come viene tassata?

L’indennità sostitutiva di mensa segue un trattamento fiscale diverso da quello previsto per i buoni pasto.

In linea generale, l’indennità costituisce una componente della retribuzione ed è quindi soggetta a tassazione e contribuzione. Non beneficia automaticamente delle stesse soglie di esenzione previste per i buoni pasto elettronici o cartacei.

Per valutare il corretto trattamento fiscale occorre comunque considerare il contratto collettivo applicato, le modalità di erogazione e la situazione concreta del lavoratore.

I buoni pasto sono deducibili per l’azienda?

Per il datore di lavoro, i costi sostenuti per l’acquisto dei buoni pasto sono generalmente deducibili, a condizione che:

  • siano inerenti all’attività aziendale;
  • siano correttamente documentati;
  • siano erogati secondo le modalità previste dalla normativa;
  • siano destinati alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee di lavoratori.

La deducibilità riguarda il costo sostenuto dall’impresa e deve essere gestita secondo il principio di competenza e le regole fiscali applicabili.

Anche l’IVA può essere detraibile, ma il trattamento deve essere verificato in base alla tipologia di buono, alla fattura ricevuta e alla normativa vigente. Per i buoni pasto elettronici, le fonti specialistiche riportano generalmente l’applicazione dell’aliquota IVA del 4% e la possibilità di detrarre l’imposta quando sono rispettati i requisiti previsti.

Buoni pasto per professionisti e titolari di partita IVA

Anche i professionisti e i titolari di partita IVA possono valutare l’utilizzo dei buoni pasto, ma il trattamento fiscale cambia in base al regime adottato.

I contribuenti in regime ordinario possono dedurre i costi secondo i limiti e le condizioni stabilite dalla normativa. Per i professionisti senza dipendenti, la deduzione può essere soggetta a limiti specifici, tra cui il limite percentuale sui compensi previsto dal TUIR.

I contribuenti in regime forfettario, invece, non deducono analiticamente i singoli costi sostenuti, poiché il reddito imponibile viene determinato applicando il coefficiente di redditività previsto per il proprio codice attività.

Prima di contabilizzare la spesa è quindi opportuno verificare:

  • il regime fiscale applicato;
  • la presenza o meno di dipendenti;
  • la natura del buono pasto;
  • la corretta intestazione della fattura;
  • i limiti di deducibilità previsti per la specifica situazione.

Perché convengono a imprese e dipendenti?

I buoni pasto possono offrire vantaggi a entrambe le parti.

Per l’azienda rappresentano uno strumento di welfare flessibile, più semplice da gestire rispetto a una mensa interna e potenzialmente conveniente sotto il profilo fiscale.

Per il dipendente consentono di ricevere un beneficio destinato alle spese alimentari senza tassazione, entro i limiti giornalieri previsti dalla legge.

Nel 2026, la soglia più elevata per i buoni pasto elettronici rende questo formato particolarmente interessante: fino a 10 euro al giorno il valore resta esente da imposizione fiscale e contributiva, mentre per i buoni cartacei il limite rimane fissato a 4 euro.

Conclusioni

I buoni pasto 2026 continuano a essere uno strumento utile per ottimizzare il welfare aziendale e sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori.

In sintesi:

  • i buoni cartacei sono esenti fino a 4 euro al giorno;
  • i buoni elettronici e digitali sono esenti fino a 10 euro al giorno;
  • la quota eccedente le soglie previste è soggetta a tassazione;
  • i costi aziendali possono essere deducibili se rispettano i requisiti fiscali;
  • l’IVA può essere detraibile in presenza delle condizioni previste;
  • l’indennità sostitutiva di mensa segue regole fiscali diverse;
  • per professionisti e titolari di partita IVA è necessario considerare il regime fiscale adottato.

Poiché la disciplina può variare in base alla situazione dell’impresa o del professionista, è consigliabile verificare il corretto trattamento contabile e fiscale con il proprio consulente.

Sì, fino a 10 euro al giorno. L’eventuale importo eccedente concorre alla formazione del reddito del dipendente.

Nel 2026 la soglia resta pari a 4 euro al giorno.

In linea generale sì, se il costo è inerente, documentato e sostenuto nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa.

Generalmente no. L’indennità è normalmente trattata come componente della retribuzione, salvo specifiche disposizioni applicabili al caso concreto.

Può essere possibile per i professionisti in regime ordinario, nei limiti previsti dalla normativa. Nel regime forfettario i costi non vengono dedotti analiticamente.

I buoni regalo migliorano la soddisfazione dei dipendenti e semplificano la gestione dei benefit aziendali.

Sì, se il supermercato o il negozio alimentare è convenzionato con la società emittente. I buoni pasto possono essere utilizzati anche per acquistare prodotti alimentari nella grande distribuzione e nei punti vendita autorizzati.

No. Il buono pasto deve essere utilizzato per il suo valore nominale e, generalmente, non dà diritto a ricevere resto in denaro.

La normativa prevede un limite massimo di 8 buoni cumulabili per singola transazione. Il singolo esercente può inoltre applicare procedure operative specifiche, sempre nel rispetto delle regole del circuito.

No. I buoni pasto non sono monetizzabili, non possono essere ceduti e devono essere utilizzati esclusivamente per le finalità previste.

Detraibilità e deducibilità dei buoni pasto

La soluzione Buoni Pasto rappresenta un vantaggio strategico sia per le grandi imprese che per i professionisti con ditta individuale. I costi sostenuti per l’acquisto di questi strumenti sono qualificati come deducibili ai fini fiscali, mentre l’IVA che la società emittente applica è completamente detraibile, offrendo così significativi risparmi amministrativi.

Ma cosa si cela dietro i termini di detraibilità e deducibilità ? Questi concetti sono spesso fonte di dubbi e incomprensioni anche tra gli esperti. È importante quindi comprendere come e quando si possono applicare, e in che misura, alle diverse realtà aziendali, dalle multinazionali alle microimprese, fino ai liberi professionisti.

E per i dipendenti ? Sono vantaggiosi anche per loro !

Facciamo un breve resoconto di quanto sono tassati buoni pasto e l’indennità sostitutiva di mensa secondo le norme attuali.

L’ultima Legge di Bilancio a intervenire sul tema, infatti, è stata quella del 2026, che ha stabilito le seguenti regole per la tassazione:

  • Buono pasto cartaceo: questo tipo di buoni pasto è esente da tassazione per il dipendente fino a 4 euro per singolo buono.
  • Buono pasto elettronico e digitale: questo tipo di buoni pasto è esente da tassazione per il dipendente fino a 10 Euro (a partire dal 2026, prima era 8 Euro), per singolo buono.
  • Indennità sostitutiva di mensa: l’indennità sostitutiva è, invece, interamente soggetta a tassazione, in quanto viene considerata parte integrante della retribuzione.

In breve, i Buoni Pasto rappresentano uno strumento fiscale che consente di alleggerire la pressione economica sulle aziende e sui dipendenti: i costi sono integralmente deducibili, e l’IVA praticata è interamente recuperabile ovvero detraibile. La loro attenzione crescente nel mondo del lavoro testimonia quanto siano una risorsa intelligente e conveniente per tutti i soggetti coinvolti.

Welfare aziendale nei CCNL: quadro aggiornato e prospettive future

Negli ultimi anni il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più centrale nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), evolvendosi da un semplice strumento volontario a una vera e propria obbligazione contrattuale. In molti comparti produttivi e settori di servizi, i CCNL prevedono che le imprese debbano mettere a disposizione dei lavoratori beni e servizi di welfare per migliorare il loro benessere e sostenere il potere d’acquisto attraverso soluzioni come fringe benefit e flexible benefit.

Cos’è il welfare contrattuale e perché è obbligatorio

Il welfare contrattuale si distingue dal welfare aziendale volontario perché nasce direttamente dal contratto collettivo applicato in azienda. In pratica, i CCNL fissano importi minimi annuali che le aziende sono obbligate a erogare ai dipendenti con modalità e tempistiche precise. Questi benefit possono includere buoni acquisto, servizi per la famiglia, assistenza sanitaria, contributi a fondi pensione complementari e altri strumenti di welfare. Non rispettare tali prescrizioni espone l’azienda a possibili sanzioni e contenziosi sindacali.

CCNL che prevedono welfare obbligatorio

Diversi CCNL in Italia già includono questa previsione. Tra i più rilevanti troviamo:

  • Metalmeccanici: obbligo di erogare 200 euro annui in strumenti di welfare a favore di ogni lavoratore, erogabili entro il 1° giugno di ogni anno e spendibili entro il 31 maggio dell’anno successivo.
  • Terziario e commercio: i contratti spesso collegano l’erogazione del welfare a fondi bilaterali come FondoEst, con obblighi specifici per le aziende.
  • Sanità pubblica e servizi sociosanitari: prevede strumenti di welfare che possono arrivare anche a 250 euro annuali.
  • Tessile e moda: prevede clausole simili a quelle metalmeccaniche, con erogazioni da effettuarsi entro fine anno.
  • Orafi, argentieri e gioiellieri: obblighi di welfare pari a 200 euro annui da erogare entro giugno.
  • Altri settori: logistica, trasporti, chimico-farmaceutico, servizi educativi e molti altri, con importi variabili.

Questi obblighi si consolidano nel corso degli ultimi rinnovi contrattuali e, con la prospettiva dei rinnovi 2025-2027, si prevede un ulteriore rafforzamento del welfare contrattuale con possibili aumenti degli importi e ampliamenti delle categorie coinvolte.

Vantaggi e impatti del welfare contrattuale

L’obbligo di welfare aziendale, oltre ad essere un adempimento normativo, rappresenta una leva strategica di gestione delle risorse umane. Grazie alla presenza di servizi e benefit dedicati, le aziende migliorano il clima lavorativo, aumentano la soddisfazione e la motivazione dei dipendenti, e rafforzano la capacità di attrarre e trattenere talenti. Inoltre, questi strumenti favoriscono vantaggi fiscali e contributivi sia per le aziende che per i lavoratori, incentivando un utilizzo sempre più diffuso.

Novità sulla gestione e tempistiche

Le aziende devono rispettare procedure precise per l’erogazione del welfare previsto dai CCNL, che includono scadenze rigorose per l’assegnazione e l’utilizzo dei benefit. Nel caso del CCNL Metalmeccanici, ad esempio, l’importo di 200 euro deve essere assegnato entro il 1° giugno e speso entro il 31 maggio dell’anno successivo. Altri contratti hanno deadline diverse, ad esempio entro dicembre per il CCNL Tessile. Queste tempistiche sono fondamentali per mantenere la conformità contrattuale e godere delle agevolazioni fiscali correlate.

Prospettive future e ruolo crescente del welfare

Con l’evoluzione della contrattazione collettiva, il welfare aziendale appare destinato a crescere ulteriormente come componente fondamentale nel rapporto lavorativo. Gli accordi in fase di trattativa puntano a rendere sempre più personalizzabili e ampi i servizi di welfare, includendo innovazioni legate al benessere psicofisico, alla conciliazione vita-lavoro e alla formazione.

Welfare aziendale : registrazioni contabili

Il welfare aziendale si configura come un insieme articolato di iniziative e servizi messi a disposizione dall’azienda per accrescere il benessere e la qualità della vita dei propri dipendenti. Tra le principali misure rientrano l’assistenza sanitaria, le assicurazioni, i servizi per l’infanzia, il supporto psicologico, la formazione professionale e molte altre soluzioni. Ma come si gestiscono questi interventi dal punto di vista contabile? È essenziale che l’impresa tenga una puntuale registrazione di tutte le spese sostenute per il welfare, così da poter monitorare l’efficacia delle strategie adottate. Tali costi possono essere contabilizzati come spese per il personale oppure come voci specifiche dedicate al welfare, a seconda della natura delle prestazioni offerte. Un’attenzione particolare va poi riservata al rispetto delle normative fiscali e contabili vigenti, per evitare possibili irregolarità o sanzioni. Una gestione contabile accurata del welfare aziendale non solo favorisce una maggiore trasparenza nell’uso delle risorse, ma contribuisce anche a creare un ambiente di lavoro più soddisfacente per tutti i collaboratori.

Identificazione e registrazione delle spese di welfare

Il primo passo consiste nell’individuare con precisione tutte le spese riconducibili al welfare aziendale: dall’assistenza sanitaria ai programmi di benessere, dai contributi ai fondi pensione fino ai percorsi di formazione e sviluppo. È fondamentale separare queste voci dalle altre spese aziendali per garantire una corretta rilevazione contabile. Una volta identificate, le spese devono essere registrate nei conti appropriati, utilizzando eventualmente conti dedicati al welfare. Ad esempio, le spese per la sanità integrativa possono essere allocate in un conto specifico per le spese mediche. Oltre alle spese, è importante anche rilevare le eventuali passività, come quelle legate ai piani pensionistici aziendali, attraverso conti appositi o esistenti, come quello delle passività pensionistiche1.

Aspetti fiscali e gestione dei buoni pasto

La contabilizzazione del welfare, in particolare per i buoni pasto, richiede attenzione sia nel bilancio aziendale sia nella busta paga dei dipendenti. I buoni pasto, fino a una certa soglia, sono esenti da tassazione e contribuzione: nella busta paga devono essere distinte la quota esente e quella imponibile, così da garantire una gestione precisa e trasparente dei benefici erogati1.

Tassazione e vantaggi fiscali

Per quanto riguarda la tassazione, i premi di risultato convertiti in welfare aziendale sono generalmente esenti sia dai contributi Inps sia dall’Irpef, mentre se erogati in denaro sono soggetti a imposta sostitutiva e contribuzione. Questa caratteristica permette alle aziende di offrire vantaggi ai dipendenti ottimizzando la pressione fiscale1.

Impatto sul bilancio e strategie di gestione

L’adozione di programmi di welfare ha un impatto significativo sul bilancio aziendale. Una gestione efficace richiede una valutazione attenta dei costi, una pianificazione finanziaria a lungo termine, una corretta allocazione delle risorse e un monitoraggio costante dei risultati. Considerare anche gli incentivi fiscali disponibili può contribuire a ridurre il costo complessivo delle iniziative di welfare, massimizzando i benefici per i dipendenti senza compromettere la solidità finanziaria dell’impresa1.

Gestione trasparente e rendicontazione

Una contabilizzazione trasparente delle spese di welfare rafforza la fiducia dei dipendenti e degli stakeholder, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più inclusivo e sostenibile. L’inserimento di voci specifiche nel piano dei conti, come “Spese per Welfare Aziendale”, consente di monitorare l’efficacia degli investimenti e di adattare le strategie alle esigenze dell’azienda e dei suoi collaboratori1.